VILLAGGIO DELLE LETTERE

 

Gemma Messori

 

 

Armònia

 

Era un pomeriggio di sole, e stavo seduto al tavolino di un bar leggendo il giornale. Distrattamente, ogni tanto seguivo le ombre che invadevano il mio campo visivo. Ora so di non essere originale, se aggiungerò che nel frattempo pensavo ai casi miei, senza un ordine preciso, e forse senza nemmeno  distinguerli con esattezza uno dall'altro. Casi sovrapposti, come le notizie ed i passanti.  Una scarpa rossa. Nettamente impressa nel mio campo visivo. Alzai gli occhi dal giornale per guardarla. Era in realtà uno stivale, senza tacco, e risalendo incontrai un cappotto grigio con intarsi discretamente colorati, una borsa di cuoio ed un viso di donna incorniciato da capelli biondi. Riabbassai lo sguardo sulle notizie, mentre l'ombra della donna si sedeva al tavolino accanto al mio. La sua voce ordinò un latte freddo macchiato da un caffè lungo, e una brioche di pasta di riso. Io continuai nella mia lettura. Arrivò la cameriera e le due donne scambiarono qualche parola. Inutile dire che ascoltai. Volendo? Perché non potevo farne a meno data la vicinanza? Che importa, ora? La donna era forestiera, chiedeva dove avrebbe potuto trovare alloggio, ad un prezzo ragionevole.

Decisi di non intromettermi nel loro discorso, ed iniziai ad arrotolarmi una sigaretta. Hanno più gusto, le sigarette che uno si arrotola da sé. E' come uscire per un istante dal ciclo del consumo massificato, e prendersi la piccola libertà di sfornare cilindretti panciuti, o un po' storti, o chiusi male se tira vento e bisogna fare in fretta perché il tabacco vola via. Insomma, per qualche istante mi sento un uomo libero. Anche di sbagliare. Per questo non compro le sigarette già fatte. E mentre assumi quell'aria assorta di chi si sta arrotolando una sigaretta, sei protetto dal mondo e puoi osservarlo a tuo piacimento. Osservai la donna. Stava arrotolandosi una sigaretta! Ora, già non sono molti gli uomini che lo fanno, ma le donne! Una vera rarità!

Non le sorrisi, né la salutai. Nemmeno quando mi alzai per andarmene, nonostante fossimo gli unici due clienti del bar. Lei non mi chiese se avevo da accendere, o se sapevo che ora fosse.  Insomma, non ci lasciammo nessuna impronta da seguire per un futuro incontro. Ma sapevo che qui ci si incontra tutti, prima o poi. E una persona forestiera non passa inosservata. Ci si chiede cosa l'abbia condotta in questo luogo, si cerca di scoprirlo. Anch'io ero stato oggetto della stessa curiosità, molti anni fa.

Tornato a casa, continuavo a pensare a lei. Qualcosa in quella donna mi aveva colpito, ma non era stata la sua eventuale bellezza, non l'avevo nemmeno guardata bene, tanto ero attento a non mostrarmi interessato alla sua presenza. Era come se avesse risvegliato una parte di me che da tempo si era assopita, questo lo sentivo nettamente, ma quale parte... no, non avrei saputo dirlo. Passai il resto della giornata come al solito, ma quella strana sensazione non mi abbandonava.

Ora, io credo nelle coincidenze, nei piccoli segnali che ci offrono la via per rispondere a domande che a volte non sappiamo nemmeno di porci... perciò quando quella sera mi capitò fra le mani  uno dei miei vecchi quaderni di appunti (non l'ho ancora detto, io sono uno scrittore), collegai immediatamente le due cose, anche se non avrei saputo spiegarne il motivo. Sulla prima pagina, con calligrafia ferma ma vibrante di emozione, stavano scritte due sole  parole: Bosco Nedelcovic.

La mia mente andò a quei tempi lontani, ed insieme al ricordo, tornò la sensazione. Netta, lucidissima. Come se non fosse passato nemmeno un istante. Mi sentii il puledro imbizzarrito di allora, che scalciava lungo il sentiero dell'ideale. Bosco Nedelcovic non era solo un nome! Era ogni mia aspirazione, ogni mio inquieto respiro. Bosco Nedelcovic era la vaghezza e la concretezza, l'utopia e la certezza, la scomparsa ed il ritrovamento. Aneliti confusi, prepotenti e frustrati che scalpitavano nel mio animo giovanile ed irruento, come gli scritti che lì stavano raccolti, senz'altro nesso che l'intensità del sentire e la volontà di trasmetterla.

Quanto tempo! La mia prosa ancora così impura mi fece assalire dalla nostalgia per quel giovane animo scosso dalle passioni, ed allo stesso tempo agì come uno sperone che si pianta nei fianchi di un cavallo mai completamente domo, che per un tempo di cui non importa la durata si è lasciato condurre da umane redini, facendo scambiare all'incauto padrone la sua momentanea accondiscendenza per devota obbedienza.

Così, mentre la polvere del tempo mi scivolava via dall'anima, la mia voce si sorprese a declamare:

“Soffiava impetuoso il vento di mezzogiorno. Ad un tratto si udì un grande frastuono, un boato...un gigantesco maroso ci aveva  investiti. Io mi trovavo in cima all'albero di trinchetto, venni scagliato a grande distanza e  il mare mi travolse, mi sbatté fra i suoi abissi...Onde , schiuma e potenza...Dio, quanta potenza! Cos'è mai la forza di un uomo, quando cade in mare? Con sforzo immane riuscii a risalire, nuotando sopra le onde. La barca galleggiava sul fianco... quasi tutto l'equipaggio era naufragato.... Provai a raccogliere pezzi d'albero e tavole, per distribuirli ai miei compagni. Ma ecco che un maroso più feroce degli altri infrange la nave, la butta sott'acqua insieme a tutte le persone che ci stavano aggrappate cercando la salvezza... anch'io con loro. Per istanti interminabili non sappiamo come respirare, come riuscire a non mollare la presa. Sarebbe la morte certa, l'incontro con la spietata forza di quel mare  così potente, che ci trasforma in disperate lumache affidate a un filo di bava...Riesco a tornare in superficie. Chiamo disperatamente i miei compagni. Mi appaiono e scompaiono teste, ingoiate e ributtate dal mare. Le onde mi portano, vado su e giù in loro balìa,  colline impazzite e prepotenti, asperi monti intervallati ad abissi...Siamo in pochi a sopravvivere e a toccare terra, dopo quel tormento. Recupero la riva. Sabbia, terra, sono ancora vivo...vomito e sputo angoscia e dolore, ma sono ancora vivo...Oh, ricordatelo sempre , se aveste a trovarvi in simili frangenti: Non affidatevi alla bravura, alla forza...anche se siete abili nuotatori, animi  impavidi avvezzi a sfidare la sorte...cercate un oggetto galleggiante, un remo, un pezzo di legno a cui aggrapparvi! Afferrate qualsiasi cosa vi giunga a tiro di mano! Quel giorno ho visto uomini di immenso valore, nuotatori provetti inabissarsi , mentre altri che non sapevano nemmeno sfidare le onde di una pozza d'acqua si sono salvati, avendo avuto l'accortezza di aspettare, aggrappati ad una misera tavola”...

Pieno di tutte quelle parole, mi sdraiai sul divano. Il rumore del mare entrava dalla finestra chiusa. Non ho ancora detto due cose: la prima è che vivo su una piccola isola, l'altra che è inverno. Il dodici dicembre, per l'esattezza.  Itaca...No, non è l'isola su cui vivo, ma quella che avevo vagheggiato una trentina d'anni fa. Un'altra coincidenza.

“Sentieri aspri, dolci colline...i miei occhi stanchi vedevano i colori avvicendarsi... al mio olfatto arrivavano gli odori di quelle terre dure che immaginavo accoglienti. Dovevamo raggiungere il mare, cercare delle barche. Immaginavo cieli azzurri e gabbiani sopra di noi”.

 

Ancora non sapevo del deserto, della sua sabbia sottile e della polvere, quella stessa polvere che il tempo annida nelle pieghe dell'essere, fra una colazione al bar e il telegiornale della sera. Mi invase la felicità. Quella più pura, muta e solitaria. Vidi montagne di polvere gialla brillare al sole come oro, e desideri mai sopiti danzare sinuosi al suono di un vecchio carillon. Ricordai tutto insieme, nel disordine dei fogli di appunti che mi invadono la vita. Vidi gabbiani che sanno di azzurro nutrirsi di carogne, mentre famelici condor dalla testa pelata curvavano il collo a rimirarsi le zampe nodose. Chiesi alla mia fantasia di svegliarsi dal letargo ed accarezzare le loro penne ispide come setole di cinghiale, restituendo ad ogni uccello l'innato desiderio di cielo.

 

“I poeti sono morti, lasciandoci con la polvere sotto ai denti. Noi, che ci stiamo dentro e non vogliamo arrivare dall'altra parte. Per questo, non lo attraversiamo come turisti in carovana. Vogliamo restare qui a guardare i gabbiani neri, sapendo che più in là anch'essi possono trovare il cielo e diventare bianchi”.

 

Forse mi assopii, strano in quel frangente, o forse sognai ad occhi aperti, lì, sul divano blu notte di casa mia. Certo è che vidi dei mezzi militari attraversare la strada, e dall'altro lato una fila bicchieri. Sì, proprio bicchieri. Calici, per la precisione. Di vino rosso. Non interpretai nulla, volevo restare in quella dimensione sospesa fra realtà e mondo immaginario, dove finalmente i confini si assottigliano.

Bastarono pochi secondi, e già non ero più certo di ciò che avevo visto. Erano davvero calici di vino, quelli che fronteggiavano i mezzi militari? E cosa significava quell'associazione? Come potevo interpretare la visione?

Ecco, l'atmosfera onirica era andata perduta. Ma non del tutto. Mi alzai, andai alla finestra , inspirai l'aria pungente che sapeva di mare ed immaginai, in una delle luci all'orizzonte, la figura della donna sconosciuta assorta nella lettura di vecchie carte, su un divano a fiori. Grandi fiori rosa e rossi, così li vedevo. Una candela accesa scaldava la luce della lampadina, un bicchiere di vino bianco lasciato a metà aspettava sul tavolo accanto a libri e vecchie e nuove carte. Volevo disperatamente che si nutrisse di parole, come me. Mi dissi che non erano rivolti a lei, questi miei pensieri, ma a me stesso, al mio desiderio di comprensione, condivisione. Alla speranza che, la prossima volta, al tavolino del bar io non fossi seduto da solo, ma in compagnia di una sconosciuta infervorata in un discorso filosofico, incurante del freddo che le arrossava le guance e le faceva strofinare le mani una contro all'altra. Avrebbe indossato un paio di quei guanti che lasciano scoperte le dita, come faceva quando studiava all'università e viveva in una vecchia casa di campagna, in una città del nord.

 

Avevo affittato quella vecchia casa di campagna perché volevo mantenermi da sola, e non avevo soldi. Poi mi affascinava l'idea di tornare indietro nel tempo, scaldare l'acqua con la stufa, fare il bagno in quella tinozza così piccola che per starci dentro dovevo raggomitolarmici. Sin dalla prima notte, quando la stanza si rivestì di gelo, capii che l'ideale è spesso scomodo, ma non per questo il suo messaggio è meno affascinante. Chissà perché mi torna in mente proprio adesso, mi chiesi. Ero arrivata sulla piccola isola quella mattina. Ognuno di noi dovrebbe passare almeno un inverno su una piccola isola, mi ero sempre detta. Per sapere cosa cambia dentro invertendo il rapporto fra acqua e terra.

 

Ero arrivato sull'isola molti anni prima, e senza nemmeno accorgermene mi ci ero fermato. Non era stato un gesto cosciente, voluto. Era capitato, come molte altre cose, nella mia vita. Ci facevo caso solo adesso. Socchiusi gli occhi perché le luci si confondessero. Le luci delle case, quelle degli addobbi che illuminavano le strade, e forse anche quelle delle stelle. Fin dove arrivano gli occhi socchiusi di un uomo alla finestra in una notte di luna crescente?

 

C'era un grande albero di castagno proprio davanti alla mia finestra. E d'estate, dentro casa, la luce diventava verde come quella di un acquario. Allora anch'io giocavo a diventare verde, e danzavo per la stanza, immaginandomi di essere una foglia che volteggia nel sole, sognandosi uccello. Quanto tempo da allora, quanti sogni! Non l'ho mai creduto che sia sprecato, il tempo che passiamo a sognare. E' un regalo che facciamo a noi stessi, uno dei più grandi. Forse per questo ora sono venuta qui. Perché lo stavo scordando. Vagheggiavo di una vecchia donna che ripercorre la sua vita, nel giorno del suo compleanno. Aprivo una borsetta e ci trovavo dentro un rossetto, una penna e dei vecchi fogli di carta. Frasi spezzettate che avrebbero dovuto diventare racconto. Racconti mai finiti di scrivere che non avevano capito che proprio lì stava il loro fascino. Mi portavo nel centro di un palcoscenico nudo e sedevo per terra, con le ginocchia raccolte al petto. Iniziavo a dondolare adagio, canticchiando con un filo di voce la ninnananna che mia madre regalava ai miei sonni di bambina. “ All'ora che la sera stende il velo sul tuo lettin....”...

E cosa trasforma, anche solo per un istante, quelle piccole luci nel suono di un carillon? Chi di noi non ha nella memoria la piccola ballerina che gira su se stessa mentre si sgranano le note, all'inizio un po' accelerate, poi sempre più lente, fino a fermarsi? Tornai sul divano, con quel suono nel ricordo. Forse avrei potuto cercare il cofanetto di mia madre che ancora conservavo, spargere quella melodia meccanica e un po' scricchiolante nell'aria, ma scelsi di aspettare il sonno, lì, con la coperta verde a fiorellini blu dei miei sonni disordinati ed il vecchio quaderno appoggiato sul cuore. Frasi spezzettate, racconti mai finiti.

Poi mi alzavo, restavo immobile a fissare la platea deserta, e confidavo al pubblico assente il mio tormento. Sempre lo stesso, ripetuto ogni notte. Chiudo la porta della mia camera, ed iniziano i rumori. Lontano, nel sonno, sento la porta che si apre. Poi qualcuno la richiude, adagio. Cammina verso di me, attento a non far sentire i suoi passi sul pavimento. Si siede per terra, appoggiato al muro. Da lì mi guarda. Sento l’affanno leggero del suo respiro. L’ombra si avvicina, se tengo gli occhi chiusi. Mi sembra di sentire qualcuno che si corica accanto a me. So che un mio movimento farebbe svanire tutto questo, ma rimango così, in attesa della la luce del giorno.

Un gigantesco gabbiano riempie la stanza, la sua voce rimbalza da una parete all'altra, trasformandosi in palline fluorescenti, che lasciano nell'aria la scia del loro movimento:

“Voglio confidarti un segreto. A una certa età, succede che uno si chini in avanti, così, e si trova con i piedi di qua e la testa di là: in un'altra realtà. Una realtà dove i morti non sono più morti e i vivi sembrano fantasmi, ombre. E quello che un attimo prima era chiaro,semplice, diventa, all'improvviso complicato, buio, impenetrabile”...

Allungo una mano per sentire le piume, sempre così ingenuamente delicate sotto alle penne dure, provate dalle intemperie.

Solo quando la stanza diventa di quel giallo appena annunciato delle prime ore, attraverso il letto con le gambe nude, per sentire il freddo delle lenzuola. Allora, so che nessuno si è coricato accanto a me, nella notte. Che non c’erano rumori, non c’erano passi. La porta è sempre rimasta chiusa. Domani voglio giocare a diventare gialla, quando la luce mi regalerà il suo primo sorriso. Forse è così che si ricomincia: giocando.

Sento un rumore di passi nel corridoio, la maniglia della porta che si abbassa. Mi sveglio, prima di arrivare al desiderato calore della pelle sotto alle penne morbide. E in quel preciso istante, ad occhi aperti sul divano della mia casa senza porte, ho la nettissima sensazione di essere entrato nel sogno di qualcun altro. Anzi, la chiamerei senza esitazione coscienza.  Non ero così emozionato da tanto tempo, non ricordo nemmeno più quanto. Porto una mano dove sento battere il cuore e trovo il vecchio quaderno. Mi alzo, vado davanti allo specchio del bagno. Luce. Una faccia. Sì, è la mia faccia. Mi guarda, io guardo lei. Quei passi ho sentiti distintamente, ne sono certo. Ma all'improvviso sono svaniti. Vorrei chiedermi quale sia il mondo reale e quale il frutto della mia fantasia. Quali parole io abbia udito e quali mondi invece esse stesse abbiano creato, per espandere la mia esistenza, farmi conoscere possibilità sempre nuove,  che nel mio piccolo essere ignorerei. Sottovoce, lentamente, assaporo la nebbiolina che il mio alito forma sullo specchio: le parole, se le spargi nell'aria, creano mondi... “Bosco Nedelcovic”, sussurro, muovendo appena le labbra. “Bosco Nedelcovic”, scandisco con voce ferma. Non so cosa vorrei materializzare, con quelle parole. Forse antichi sogni, forse vagheggiate alchimie...oppure, più semplicemente, vorrei fermare il tempo. Non questo tempo, oh no! Il tempo assoluto, quello del pensiero, dell'ideale, dell'intima libertà. Che a ben pensarci potrebbe essere anche questo istante, questo preciso istante in cui quest' uomo davanti allo specchio guarda la mia faccia. 

 

Vorrei trattenere il tempo, mi dico. Fermarlo, nell'attimo in cui sta per svelarmi il mio segreto. Perchè ognuno di noi ha un segreto, in fondo al suo mare. Adesso posso alzarmi, e giocare come so fare io. Alla verità. Quella che non esiste. Posso sorvolare luoghi mai conosciuti, e cercare le loro ignote alchimie. Davanti allo specchio del bagno, osservo i miei occhi. Entro nella luce scura dei loro fondali, che sanno di mare, di sabbia, di tempo, di ali di gabbiani e di caffè. Mi siedo al tavolino di un bar, nel sole ancora freddo di un pomeriggio d'inverno. Faccio colazione, per sbagliare il tempo e mescolarlo. Come i ricordi, i sogni, la realtà e l'invenzione. Come quando nell'antico gioco ritaglio parole dai giornali. Parole d'amore, di speranza, di rabbia, di illusione. Congiunzioni sparse che accolgono racconti da rabberciare, punteggiature amorevoli disposte a piovere su sensi che attendono pazienti la loro forma. Poi le spargo davanti a me, lasciandole libere di mescolarsi fra loro. Così, sul tappeto di una qualsiasi casa, ogni luogo diventa possibile, ogni emozione. Prendono forma significati improvvisi, unioni che valicano i limiti dell'umana fantasia. E lì, sul mio palcoscenico privato, recito i miei drammi estatici per stanza vuota, pubblico assente, danzo destini e intreccio le loro trame con fili di solitaria libertà.

C'era un uomo, seduto al tavolino di quel bar. Leggeva il giornale. Ho sentito il suo sguardo posarsi sul rosso del mio stivale, e risalire, fino alla nebbia dei capelli. Non ho alzato lo sguardo, per non guastare quell'atmosfera di estranea complicità, e lasciare fra le nostre distanze il sottile salmastro che ci avrebbe uniti per sempre. Perchè questo sanno fare gli attimi: diventare eterni, nella nostra memoria. E poi assumere forme impreviste, nelle storie inventate dal ricordo. Ho quaderni e quaderni pieni di frammenti, che diventeranno un racconto, quando avrò voglia di ricomporli.

 

Risalgo dal rosso dello stivale all'oro dei capelli e penso che ognuno di noi inizia il suo personaggio dai piedi. Mentre con due dita dispongo il tabacco sulla cartina, capisco il senso dell'antica storia del piccolo uomo che vive in una casetta bianca, fronte al mare. E la sua vita è come quella di tanti altri piccoli uomini, che vivono in quelle terre, da quella parte del mare. Ma ogni sera, finito il suo quotidiano lavoro di piccolo uomo, ama sedersi sulla soglia di casa, per cercare di vedere cosa c'è al di là della linea dove l'orizzonte confonde il mare con il cielo. E sogna di terre meravigliose, donne bellissime, felicità irraggiungibili...Non saprà mai che, al di là della linea dove il mare si confonde con il cielo, all'orizzonte, vive un altro piccolo uomo, in una casetta bianca, fronte al mare. E ogni sera, finito il suo quotidiano lavoro di piccolo uomo, ama sedersi sulla soglia di casa, per cercare di vedere cosa c'è al di là della linea dove l'orizzonte confonde il mare con il cielo. E sogna di città meravigliose, donne bellissime, felicità irraggiungibili... Con la punta della lingua, percorro la sottile striscia di colla della cartina. Lei si sta sedendo al tavolino, la vedo con la coda dell'occhio che non la sta guardando. Arrotolo il mio prezioso cilindretto, i miei minuti che sanno di morte e libertà. Quasi fosse una sfida, o il prezzo da pagare:

 

A piedi nudi sul tappeto, ho messo il mio vestito azzurro, quello di sempre. Invento una danza, mentre i miei piedi affondano appena nella sabbia umida della sera. Voglio confondermi con il mare, nell'azzurro. Sentirmi cielo, appena increspato da nuvole che sanno di sale. Quell'uomo aveva nei gesti qualcosa di familiare, quasi potessi indovinare come sorride, come mangia, si stringe a una donna quando il sonno arriva prepotente, o come si allontana da lei, per sognare in solitudine. Quell'uomo non mi interessa come uomo in sé, di lui mi interessa il suo riflesso in me. Mi sorprendo a ricordare le parole di un mio antico amore: tu sei la parte migliore di me. E a comprendere quanto, nella più vera essenza, non riguardassero la mia  persona, ma solamente la sua. Nell'amore solitario di ognuno di noi per se stesso. Muovo i miei piedi e immagino sabbie di terre lontane, dove l'arsura possiede i corpi e le menti, e nel delirio regala verità senza tempo a noi che vorremmo fermarlo, imbrigliarlo, decifrarlo, possederlo...

 

Un giorno segue l'altro e tutti insieme formano la nostra vita, ma alcuni hanno un sapore diverso. Come quello in cui scorgo, appoggiato sulla panchina verde che si trova nel breve tragitto fra la mia casa e il bar dove sono solito leggere il giornale al pomeriggio, un foglietto di carta di un tenue colore rosato. Sta lì, proprio come se aspettasse che qualcuno (peccando di presunzione vorrei dire “proprio io”) si accorga della sua presenza ed incuriosito lo raccolga. Lo raccolgo. Distendo con cura ogni piega, e assaporo, prima di farlo, l'attimo in cui leggerò il messaggio che contiene. Guardo il mare, per prolungare quella breve attesa che sto riempiendo di significati che non voglio nemmeno provare a decifrare, poi mi siedo per leggere le parole che fino a quel momento ho solo guardato. Una calligrafia svelta, con un garbato disordine nei tratti, che li porta a formare piccoli disegni frettolosi ma gentili, scrive:

“ C'è un bosco, poco più in là, e in quel bosco vorrei perdermi”.

Una strana euforia mi riempie, simile a bollicine di spumante che risalgono verso il bordo del bicchiere. Trattengo fra le mani la pagina sottile, poi la sollevo, per lasciare che ricada a terra con un breve volo. Mi reco all'edicola, compro il mio solito giornale, e mi siedo al tavolino del bar, lasciando che il tepore del sole culli la mia lettura ed i miei pensieri.

 

“Con i capelli dell'arcobaleno sorrise al giorno senza neanche aprire gli occhi. Non era importante, c'era troppa vita in quell'attimo di conoscenza improvvisa che ti frusta la schiena come una definizione calzante che è l'aprire la porta tra il sogno e l'ascolto del proprio respiro. E cos'era il sorriso se non la pentola di rame con le monete d'oro zecchino che rifrangono pensieri, sogni e realtà?”.

 

“Via. Veloce. Fuori. Doveva uscire in quel silenzio nevoso dove l'unico rumore è lo schiocco secco del manto sotto le scarpe quasi fosse un ceppo nel camino in attesa di castagne, carne o chiacchiere in controluce del bicchiere del rosso amato”:

 

“Vorrei dirti del deserto, della sua sabbia sottile e della polvere, quella stessa polvere che il tempo annida nelle pieghe dell'essere, fra una colazione al bar e il telegiornale della sera. E mentre lo penso mi invade la felicità. Quella più pura, muta e solitaria”.

 

“Mi piacerebbe che tu fossi arrivato, quella notte, aprendo piano la porta, in silenzio. E al buio ti fossi spogliato nudo. Con attenzione e cautela, sì da non destarmi”

 

“Infilarmi sotto le lenzuola, abbracciarti”...

 

“Vieni qui con me nel grande letto, riempiamolo di fogli idee carezze sonno sogni tempo pensieri giochi parole. Dormi con me svegliati con me vieni vai torna, perdiamo il tempo e riempiamolo con la nostra vita

 

“Sono qui con i pensieri che scrutano gli alberi. Hanno cime frondose, appena mosse dal vento. E' così che t'ho ritrovata, amica mia di sempre”...

 

“Una candela accesa diffonde la sua luce calda nella stanza, mostrando ogni cosa con rinnovato pudore. Un bicchiere di vino bianco lasciato a metà aspetta sul tavolo accanto a libri e vecchie e nuove carte. Ti nutrirò con le mie parole ed i miei sogni”...

 

“Soffierà impetuoso il vento di mezzogiorno. Ad un tratto si udirà un grande frastuono, un boato...un gigantesco maroso ci investirà”.

 

“Tu ti troverai in cima all'albero di trinchetto, verrai scagliato a grande distanza e  il mare ti travolgerà, ti sbatterà fra i suoi abissi”...

 

“Onde , schiuma e potenza...Dio, quanta potenza! Cos'è mai la forza di un uomo, quando cade in mare?”

 

“Riuscirai a salvarti, nuotando sopra le onde. E così io ti vedrò per la prima volta: un naufrago indomito e coraggioso, che ha perduto tutto ma non la libertà”

 

“BUIO. LUCE. SILENZIO. RUMORE. Questo si può vedere tutti i giorni, perciò cerchiamo di scrutare oltre”...

 

“BUIO. LUCE. SILENZIO. RUMORE. Questo si può vedere tutti i giorni, perciò cerchiamo di scrutare oltre”...

 

 

Una scarpa rossa. Nettamente impressa nel mio campo visivo. Alzo gli occhi dal giornale per guardarla. E' in realtà uno stivale, senza tacco, e risalendo incontro un cappotto grigio con intarsi discretamente colorati, una borsa di cuoio ed un viso di donna incorniciato da capelli biondi. Riabbasso lo sguardo sulle notizie, mentre l'ombra della donna si siede al tavolino accanto al mio. Assaporo ogni suo movimento, come il fumo che esce dalle sue labbra. Mi chiedo, fra una parola e l'altra, se è il caso di alzarmi ed andare da lei. Solo per vedere l'effetto che fa. Il silenzio. La domanda. La certezza. Il saluto. Non so. Rimango seduto .

 

“Il tuo respiro avrà il profumo leggero della mia pelle calda. E' così che ci conosceremo, nel mistero giocoso delle fantasie, quando si intrecciano con la realtà. Perchè a volte non c'è niente da capire: basta vivere.  

I TESTIMONI

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